Di Alan Conti

Adesso il primo problema è per i giornalisti. Come rendere l’idea di una partita da 60 minuti che ha lo stesso peso di 100 games e l’incombenza di fare la storia? Trasmettere il misto di passione, ansia, paura e inevitabile gioia finale è possibile?
Per quanto ci riguarda ci limiteremo a dire che la Stanley Cup si giocherà seccamente in gara 7 tra Vancouver Canucks e Boston Bruins alla Rogers Arena: niente di più niente di meno. Con questo scenario, quindi, le considerazioni tecniche valgono tanto quelle emotive: i nervi conteranno forse più delle stecche. Conviene partire, quindi, da quello che potrà ronzare nella testa dei giocatori che fino adesso sono state incapaci di imporsi nell’ambiente ostile della trasferta. Per la verità più i Canucks che i Bruins, anche se il cinismo dei numeri dice 3 sconfitte per entrambe, poco importa quanto rumorose. Il numero di gol, semmai, peserà di più sulle spalle, peraltro grandi, di Luongo chiamato a riempire molti punti di domanda. Rasenta l’incomprensibile, infatti, il suo saliscendi tra Usa e Canada: colabrodo al TD Garden e saracinesca in British Columbia. Se il trend si confermerà, comunque, difficilmente la Stanley Cup si farà un viaggio in Massachussets. La sensazione, però, è che se i Canucks avessero alternato Luongo a Vancouver e Schneider a Boston avrebbero già chiuso la questione. Ora, invece, tutto è in bilico. Blindata, invece, è la porta dei Bruins che per nessuna ragione allontanerebbero questo Thomas monumentale dalla porta.

Chi andrà sul ghiaccio, d’accordo, sarà chiamato a fare la differenza, ma il primo dato certo della sfida è quello relativo a chi mancherà. I padroni di casa non rinunciano all’ormai abitudinaria fila in infermiera con assenze particolarmente pesanti: il rientro di Malhotra, con il volto ancora segnato, viene controbilanciato dalle assenze per squalifica di Rome e Raymond per infortunio. Sull’altra panchina posto vuoto, già da qualche partita, per Horton anche se resta un dubbio amletico circa la severità adottata per la carica di Rome e il lasciar correre degli arbitri in un intervento simile di Boychuk costato una vertebra a Raymond. Una condizione d’emergenza con cui i Canucks convivono da settimane e che di certo non potrà distogliere lo sguardo dal bersaglio grosso, anche perché le latitanze più impellenti da risolvere sono quelle legate a chi stanotte pattinerà. I fratelli Sedin, Burrows o Kesler, per esempio, sono chiamati a un risveglio perché non si può sempre aspettare che il coniglio dal cilindro lo cavi fuori la terza linea con Lapierre o, perché no, Tambellini pronto a prendere il posto di Raymond. Dall’altra parte del campo, infatti, i funamboli non scherzano e i vari Marchand, Peverley o Krejci infilano la gabbia canadese con una regolarità impressionante.
Le discussioni, comunque, potrebbero allungarsi all’infinito, ma alla fine i fattori che decideranno la notte delle notti possono essere tanti o uno solo. Tirate un cerchio e metteteci dentro fattore campo, forma dei portieri, mira degli attaccanti, incisività delle seconde e terze linee, fortuna, cattiveria, grinta e forza: dentro qui c’è la chiave per la Stanley Cup, ma il difficile è trovarla.
Stasera, ore 2, Rogers Arena, game 7 Stanley Cup Final Boston Bruins @ Vancouver Canucks: decine di righe non bastano per descrivere quello che i fan apparecchiano con tre parole. “Do or die”.

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